Da un treno a un container di sogni
L'idea di the usual neXt nasce dieci anni fa, su un treno.
Dario Riccio stava sfogliando Wired quando si imbatté in un'intervista a Douglas Trumbull — il leggendario creatore degli effetti speciali di 2001: Odissea nello Spazio e Blade Runner — che raccontava i suoi prototipi per il cinema immersivo del futuro. Quella lettura accese una scintilla, ma non fu solo tecnologia a ispirarla: era un'intuizione sociale.
Da tempo Riccio osservava come le connessioni umane stessero migrando nel digitale, lasciando un vuoto nel mondo reale. Le ricerche successive confermarono ciò che intuiva: i preadolescenti immersi troppo a lungo nei social network iniziano a percepire quella realtà filtrata come la realtà. Il risultato? Insicurezza, senso di inadeguatezza rispetto a un mondo "perfetto" che non esiste, perdita di ideali e paura di rischiare.
Serviva fare qualcosa. Ma servivano anche i soldi.
In un'Italia dove il funding era ancora un miraggio, Riccio prese una decisione radicale: trasferirsi in Svizzera. Anni di lavoro e di stipendio svizzero, uniti alla sua passione per gli investimenti, finanziarono ciò che nessuno aveva mai tentato: il primo lungometraggio immersivo al mondo. E con esso, i primi tecnici, la formazione, i viaggi, gli esperimenti.
Il team si costruisce pezzo per pezzo, come in una storia di amicizia.
Il primo a credere nel progetto fu Kapine Kodo, amico d'infanzia con un curriculum nella diplomazia internazionale. Poi arrivò Serena Maltagliati, le cui capacità di scrittura colpirono Riccio al punto da affidarle la creazione del personaggio che sarebbe diventato il volto dell'azienda: Luna Dolph, la nostra virtual influencer.
Michela Sette entrò come 3D artist per i primi progetti, rivelandosi presto una risorsa fondamentale per pragmatismo e visione. Michele Pelosio, regista del film di Luna Dolph, portò la sua professionalità e il suo entusiasmo per un progetto che sentiva suo.
La svolta tecnica arrivò con Edoardo Guarnieri, conosciuto quasi per caso — parenti in comune con un amico, e la fortuna di vivere vicino al confine svizzero. Riccio cercava qualcuno disposto a rivoluzionare i workflow di produzione 3D, integrando l'AI generativa quando tutti la osteggiavano. Nessuno voleva provarci. Edoardo sì. La sua mentalità imprenditoriale, unita all'esperienza nel videomapping (inclusa una collaborazione con la Biennale di Venezia), lo portò prima a collaborare, poi ad appassionarsi, infine a diventare socio.
Ma per creare un nuovo cinema non bastava fare film: serviva costruire le sale.
I cinema immersivi praticamente non esistevano. Dovevamo crearli noi. Qui entra David Lombardozzi, con il suo background nell'industria agricola e un talento naturale per le soluzioni pratiche. Insieme, mesi su Alibaba a cercare fornitori cinesi, a studiare proiettori, ad adattare sistemi. Poi il viaggio in Cina: visitare fabbriche, stringere mani, costruire relazioni.
Un anno di lavoro. E finalmente, il primo container.
Quando arrivò al porto, nessuno sapeva nemmeno come ritirarlo. Igor Di Paolo — ingegnere informatico, socio dalla prima ora — fu "cordialmente costretto" da Kodo e Lombardozzi a scaricare venti tonnellate di materiale, mentre Riccio era ancora in Svizzera. Le imprecazioni furono amichevoli. Forse.
The usual neXt esiste grazie a molte altre persone che non abbiamo nominato.
Ma soprattutto, esiste grazie al divertimento che ci siamo concessi in ogni momento, all'amicizia nata tra i soci, all'umanità che tiene insieme questo progetto più di qualsiasi business plan.
Entrare in un oceano blu, creare un mercato che non esisteva, farlo in modo scalabile: è tra le cose più complesse e rischiose che si possano tentare. Ma the usual neXt è qui. E ora è il momento di fare ciò per cui siamo nati: portare — prima in Italia, poi in Svizzera e nel resto d'Europa — una ventata di vita reale e di autostima a giovani e meno giovani.
Perché crediamo che la tecnologia più avanzata possa, paradossalmente, riportarci a connessioni più autentiche e profondamente umane.